I fini e il fine dell’uomo - 25 parole per un linguaggio etico e personale

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I fini e il fine dell’uomo

Fine
Kant e i positivisti escludono il legame dei fini dell’uomo ai doveri e ai valori morali, nonostante Aristotele, San Tommaso, Kant stesso e i fenomenologi ritenessero la morale comprensibile e interpretabile dalle sue manifestazioni.
Secondo le teorie teleologiche la moralità è ponderata con beni non-morali o pre-morali da conseguire e dei rispettivi valori non-morali o pre-morali da rispettare, per produrre uno stato migliore, con maggiori beni e minori mali. Nell’utilitarismo e nel pragmatismo la moralità degli atti, sebbene non riferita al vero fine ultimo dell’uomo, è da fondare su norme, in quanto l’ordine morale della legge naturale è accessibile alla ragione umana e le bellezze naturali aiutano ad escludere abusi senza scrupoli.
Se la responsabilità non assume la verità, il libero arbitrio può rifiutare la realtà o il timore può fuggirla. Una libera e coraggiosa critica sul proprio giudizio e operato è presa di responsabilità oggettiva e disciplinata, che si sottrae sia ad un impersonale conformismo che ad un autoritarismo incapace di verità.
L’etica è per Kant pura logica delle norme, avulsa dal dinamismo dell’agire, in un concetto utilitaristico dell’uomo e dei suoi fini, il quale però, senza l’autodominio perde la sua dignità e onestà. Con la morale autonoma, le scelte volontarie non condizionerebbero la bontà morale e il fine ultimo della persona; nel prescindere di responsabilità e conseguenze da verità e comportamenti, non vi sarebbero più scelte obbliganti. Secondo l’utilitarismo, lo sperimentare piaceri o dispiaceri impone un’organizzazione razionale; può essere onesto tendere al massimo del piacere ed al minimo del dispiacere.
Il teleologismo recupera la norma morale e la ricava dalle conseguenze previste per scegliere l’agire, pesando valori e beni perseguiti o il maggior bene o minor male perseguibili che il soggetto ha la responsabilità di raggiungere. I valori o beni coinvolti sarebbero sia di ordine morale (come l’amore di Dio, la benevolenza, la giustizia) che pre-morale (vantaggi e svantaggi recati). Un intreccio troppo complesso degli effetti renderebbe l’atto giudicabile moralmente solo dalle intenzioni e dalle conseguenze prevedibili, prescindendo dalla volontà.
Una responsabile ponderazione circostanziale dei beni e valori morali consentirebbe comportamenti lesivi di beni pre-morali; con la fedeltà ai più alti valori di carità e prudenza, si considererebbero però delle eccezioni, quasi assunte a norme operative. Tale consenso all’illecito non avrebbe sempre implicato una malizia oggettiva[8], che svincola dall’obbligo morale in modo volontario, arbitrario e disumano; la casistica ponderava il bene possibile nei casi di legge incerta, senza invalidare i precetti negativi che obbligano senza eccezione: è onore dei cristiani obbedire a Dio piuttosto che agli uomini ed accettare anche il martirio, piuttosto che compiere un gesto contrario alla fede o alla virtù.
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