3.2. Controversie sulla Procreazione
Procreazione
Valutare se la procreazione medicalmente assistita (PMA) apporti benefici o danni alla società è un compito complesso, poiché gli impatti coinvolgono dimensioni economiche, etiche e psicologiche. La natalità sostiene a lungo termine anche la forza lavoro e i consumi, ma l’aumento dell’età media per il primo figlio ha drasticamente ridotto i tassi di fecondità.
Alcuni sostengono che la PMA promuova la tecnologia e contrasti la denatalità; tuttavia i risultati restano incerti nei singoli casi e gli impatti, non solamente psicologici, sono ingiustamente posti in secondo piano.
Sebbene la sofferenza per desideri inesauditi di maternità e paternità sia innegabile, la loro realizzazione non può avvenire a scapito di beni primari. Infatti, i trattamenti di PMA sono estremamente costosi, sia per i singoli che per i sistemi sanitari nazionali, acuendo le disuguaglianze sociali, mentre le risorse potrebbero essere indirizzate ad altre patologie persino con impatto più diretto e doloroso.
Ancora più rilevante è il bilancio dei danni intrinseci: il percorso è lungo, estenuante (notevole stress, ansia e frustrazione nelle coppie) e non esente da rischi clinici per la madre (somministrazioni ormonali non innocue) e per lo sviluppo futuro dei bambini (a partire da un maggior numero di aborti rispetto alla procreazione naturale), fino al danno economico dei costi sanitari aggiuntivi (spesso contabilizzati in voci di investimenti tecnologici o di promozione sociale).
Particolarmente gravi sono poi le aporie etiche sulla vita, che persiste negli embrioni non utilizzati, con termini che preludono alla cosificazione, fino a definirli materiale biologico, e che oscurano il tema etico.
La Chiesa riconosce la legittimità del desiderio di un figlio, e comprende le sofferenze dei coniugi afflitti da problemi di infertilità. Tale desiderio non può però venir anteposto alla dignità di ogni vita umana, fino al punto di assumerne il dominio. Il desiderio di un figlio non può giustificarne la “produzione”, così come il desiderio di non avere un figlio già concepito non può giustificarne l’abbandono o la distruzione.[1]
Su tale via sono altrettanto deprecabili le soluzioni di eugenetica, la commercializzazione dei gameti e il supporto alla maternità surrogata dove è permessa.
Su un piano etico, non si dovrebbe mai porre intenzionalmente in pericolo la salute o la vita umana stessa. Persino sotto il profilo dell’efficienza, appare logico dare priorità ad alternative eticamente ineccepibili e meno onerose, come l’adozione, che risponde in modo eccellente al bisogno sociale di donare una famiglia a bambini che ne sono privi.
Inoltre, è fondamentale considerare se le risorse pubbliche non debbano essere allocate verso cure mediche essenziali (ed eticamente incontestabili), attualmente poco accessibili, garantendo un supporto reale e universale alla maternità (p. es. dentistiche per donne in gravidanza) o per l’infanzia più vulnerabile, che attualmente necessitano di cure accessibili solo privatamente.
[1] Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Dignitas Personae su alcune questioni di bioetica, 8 settembre 2008, n. 16 ss.