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3.4.8. Gli errori umani nel caso “Simulant” - Algoretica del Bene - Cap. 3

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3.4.8. Gli errori umani nel caso “Simulant”

Verifiche
Il film Simulant (2023) espone il conflitto tra la volontà soggettiva e l’intangibilità della dignità ontologica.  La trama conferma la necessità di una logica ordinata: Faye, rifiutando la morte del marito Evan, tenta di realizzare il suo desiderio attraverso la tecnica che produce simulacri di vita.
La Volontà contro i limiti della natura
Faye viola il fatto che inizio e fine della vita siano indipendenti dalla volontà umana. Attraverso una nuova tecnica, ella persegue l’illusione di ritrovare l’essere del marito in un simulant, un prodotto intelligente dalle sembianze umane.
Si genera così una frattura ontologica: il dispositivo replica i ricordi, ma non eredita l’essenza. La volontà ha prodotto un oggetto che simula un soggetto, rendendo la convivenza intrinsecamente instabile poiché fondata su un errore logico.
L’illusione degli Attributi
Riproducendo memoria, aspetto, voce, Faye crede di riavere la persona scomparsa; tuttavia, alla base sono confusi i piani logici. Ma la dignità ontologica è indipendente dai fattori funzionali: il simulant resta un «mero oggetto di calcolo»[1], un’entità che elabora dati pur essendo mascherata dagli attributi di una persona.
L’hacker e l’erroneo concetto di Libertà
La figura dell’hacker Casey, che intende dotare i simulant di consapevolezza, rappresenta l’errore di elevare un dispositivo al rango umano agendo sugli attributi psichici: cercando di riprodurre nel software una dignità, egli ne scavalca il fondamento oggettivo. Secondo la Carta Epistemologica, la consapevolezza non costituisce né contribuisce alla dignità ontologica, che è legata all’esistenza biologica della vita umana.
Le conseguenze dell’errore
Il finale manifesta il collasso che avviene quando il mondo privato dei sentimenti (rif. § 2.1) pretende di sovvertire la Verità oggettiva: il risultato non è la vita, ma una simulazione che produce inquietudine e morte.

[1]     Cfr. Nota Antiqua et Nova (2025), n. 10.
 
 
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