La vera felicità e il vero fine benefico
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Prima della consegna delle Dieci Parole a Mosè, è scritto lo scopo benevolente:
Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti dò, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te.
(Deuteronomio 4,40)
La felicità è il sentimento umano del Bene che la persona prova sia nell’essere tra bellezza e bontà, sia nel contribuire ad esse, donando un lascito di bene alle nuove generazioni.[1]
Teleologicamente, le moderne scienze biologiche e psicologiche riconoscono che ogni organismo cerca, a livello evolutivo e individuale, la conservazione e la proliferazione di sé e della propria specie, manifestando l’obiettivo del benessere oggettivo e dell’autorealizzazione. Nelle forme più evolute, come l’uomo, questo impulso si manifesta come una ricerca intrinseca della felicità psicologica e sociale[2].
La Legge, pertanto, non è un vincolo arbitrario, ma il supporto razionale a tale inclinazione naturale, in quanto mostra la via per un benessere che sia eticamente congruente e duraturo. Solo un vero Bene conduce alla felicità che perdura, mentre la soddisfazione di un desiderio effimero porta a false e infelici mete. Dopo la consegna delle Dieci Parole emerge il desiderio di bene per l’uomo:
Oh, se avessero sempre un tal cuore, da temermi e da osservare tutti i miei comandi, per essere felici loro e i loro figli per sempre!
(Deuteronomio 5,29).
L’osservanza del Decalogo, più che rappresentare obblighi, mostra la via che conduce al vero beneficio: anche l’AI, quale opera dell’umanità, deve servire per il bene nel mondo, in modo eticamente congruente e duraturo, per la persona e la sua società. Tutto ciò ben concorda con la raccomandazione
Camminate in tutto e per tutto per la via che il Signore vostro Dio vi ha prescritta,
perché viviate e siate felici e rimaniate a lungo nel paese di cui avrete il possesso.
(Deuteronomio 5,33)
[1] Cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, ESD, Bologna 2014, I-II, qq. 2‑5: la beatitudo (felicità) quale fine ultimo dell’uomo e compimento della natura umana.
[2] Cf. Maslow A. H., A Theory of Human Motivation, in Psychological Review, vol. 50, n. 4 (1943), pp. 370-396 (sulla gerarchia dei bisogni che culmina nell’autorealizzazione come fine ultimo della motivazione umana); vedi anche Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, Roma-Bari 1999, I, 7, sulla eudaimonia come attività conforme a virtù e fine dell’esistenza.