Vennerdì Santo - 2013-2019 - Omelie di SE card. Angelo Bagnasco
Bagnasco
Omelia del 2013
Cari Fratelli e Sorelle, nell'Anno della Fede, ci poniamo alla scuola di Pietro che Gesù ha preso per mano al fine di condurlo pazientemente sulla via della fede. Anche ieri, nel cenacolo, abbiamo visto la sua riluttanza a credere, ad arrendersi al Maestro che gli vuole lavare i piedi. Oggi arriviamo al culmine di questo difficile cammino: il tradimento. Il Vangelo ne parla in modo crudo e netto, senza nascondere o addolcire nulla: Pietro ha tradito il Signore per tre volte di fila. Il fatto si pone come la drammatica conseguenza di una zona d'ombra nella fede dell'Apostolo: nella sua dedizione sincera al Maestro, nel suo affetto per lui, gli aveva dato spesso dei consigli, gli aveva assicurato di difenderlo fino alla morte. Anche nel cenacolo, il rifiuto di essere lavato era un voler imporsi a Gesù, era un modo per dirgli che doveva fare diversamente. In tutto questo Pietro non era bugiardo, ma assolutamente sincero, le sue intenzioni erano buone. Solo che non aveva ancora compreso che cosa è la fede che ci pone in rapporto con Dio. Quando lo capirà? Quando giungerà finalmente alla luce della fede? Nel Vangelo di Luca leggiamo: "Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: 'Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte'. E uscito fuori pianse amaramente" (Lc 22,61-62). Ecco quando viene alla luce: nel cuore di quella tragica notte, Pietro finalmente viene alla luce della fede vera. Finalmente comprende ciò che i suoi occhi avevano sempre deformato: credere in Gesù non è fare qualcosa per Lui, ma lasciarsi fare da Lui. E' deporre le armi delle nostre presunzioni, delle categorie del mondo che inquinano continuamente il nostro modo di pensare e di agire. Deporre gioiosamente le armi e arrendersi a Dio, al suo amore, alla sua grazia. Non è imporre i nostri schemi al Signore, dargli dei consigli, ma consegnarsi a Lui perché ci vuol bene e conosce il nostro bene meglio di noi. E' fidarsi di Lui anche quando le cose non vanno come ci sembra che dovrebbero andare; anche quando secondo noi il nostro bene sta dalla parte op posta a quella dove Lui ci conduce. Pietro all'improvviso apre gli occhi, e il suo pianto assomiglia ai vagiti di un bimbo che nasce. Non deve darsi da fare per Gesù, deve lasciarsi fare da Gesù, lasciarsi condurre dove Lui sa. Chiediamo, cari Amici, nell'adorazione della Santa Croce, di arrenderci a Gesù, di lasciarci prendere da quelle braccia aperte sul cielo e sulla terra, di farci condurre come Pietro dove Dio vuole. Forse, come per Pietro, sgorgheranno le lacrime segrete della gioia e della pace.
Omelia del 2019
Cari Fratelli e Sorelle, Cari Figli, La grande liturgia del Venerdì Santo ci avvolge: il silenzio e i canti, l’ascolto della Passione di Cristo, le preghiere per la Chiesa e il mondo, l’adorazione della croce, la comunione eucaristica… tutto ci abbraccia e ci fa vivere il mistero inaudito della morte di Dio, del Figlio suo, una morte d’amore e di redenzione. Il legno secco e crudele della croce, il patibolo della morte, irrorato dal sangue del Signore, diventerà il trono della gloria, l’albero fiorito della vita per gli uomini, la pietra angolare del mondo. Attraverso la via della croce, Dio scende e l’umanità sale: su quel legno s’incontrano per sempre, il varco non si chiuderà più, resterà aperto senza fine, perché quel luogo è Cristo stesso, Ponte e Pontefice fra la terra e il cielo. Il Calvario è il luogo dell’appuntamento e dell’abbraccio, dell’invocazione che si eleva e della misericordia che risponde. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” È la grande domanda che il Figlio pone al Padre, sono le parole iniziali del salmo 22. Secondo l’uso ebraico, pronunciare le prime parole significava assumere l’intero salmo, salmo di fiducia e di speranza. Ciò non toglie, però, che esse esprimano anche l’universale esperienza della solitudine. Ci sono solitudini che possono e devono essere riempite dagli affetti, dall’amicizia, dalla vicinanza degli altri; esiste però una solitudine che non è psicologica e affettiva, ma riguarda la profondità dell’essere umano, la condizione di creature, la nostra assoluta singolarità: solitudine radicale che si manifesta soprattutto nel nascere e nel morire. Anche i momenti del dolore e della gioia, pur condivisi con altri, in fondo ciascuno li porta in prima persona.
È il mistero dell’uomo che è individualità e relazione, solitudine e compagnia, io e noi. Nessuno può sovrapporsi all’altro: ma pur tuttavia sentiamo che, se da una parte ognuno è se stesso, dall’altra siamo anche gli altri; avvertiamo che se anche viviamo in noi stessi, tuttavia viviamo anche con gli altri e per gli altri. Dio ci ha creati così! Anche Gesù – vero Dio e vero Uomo – nel momento della prova suprema cerca la compagnia degli Apostoli, ma non la trova, e ciò aumenta il peso della sua passione. “Tutti mi hanno abbandonato”! Sulla croce pronuncia parole di dolore e di fiducia, di in vocazione e di abbandono. Fino a questo punto Gesù vuole riempire le nostre solitudini! Si lascia andare nelle nostre voragini per farsi trovare da noi, affinché ogni uomo lo possa incontrare in qualunque abisso e non si senta solo. Esistono solitudini che sono come il buio più fondo, dove si sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, dove la paura si trasforma in angoscia. In questi momenti, quando l’abisso è troppo oscuro, non ci sono ragionamenti che valgono: solo una voce umana può consolare, solo una mano amica può darci coraggio. Questa angoscia non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è l’espressione sinistra della solitudine ultima che Gesù supera lasciandosi precipitare in essa. Con il mistero della croce, anche questa, la terra di nessuno, sarà da Lui abitata per sempre. Cari Amici, nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma per il fatto che è amato e che gli è permesso di amare. Potremmo desiderare di più? Dobbiamo solamente lasciarci incontrare e guardare, prendere per mano e con fiducia seguirlo!
Card. Angelo Bagnasco