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San Giovanni Battista - 2014 e 2026 (LX di Ordinazione Presbiterale) Omelie di card. Angelo Bagnasco - Brani collegati alle Letture Liturgiche

Brani con riferimenti alle Letture Liturgiche festive

San Giovanni Battista - 2014 e 2026 (LX di Ordinazione Presbiterale) Omelie di card. Angelo Bagnasco

Bagnasco
2014
Cari Fratelli e Sorelle,
San Giovanni Battista ci invita al rispetto e all'amore per Genova, Diocesi e Città. Egli è il nostro Patrono e, come tale, dobbiamo guardarlo con particolare attenzione per ascoltarne il messaggio. Innanzitutto il messaggio! Il Battista ha resistito al male: Erode era concubino della moglie di suo fratello. Su questa delicata materia del matrimonio e della famiglia, San Giovanni non fa sconti al potente e afferma la verità del matrimonio fino a rimetterci la vita. E' un esempio grandioso di martirio, che forse - ai nostri giorni - può suscitare domande e qualche sorriso di compatimento. Poteva venire a compromesso; far finta di non sapere; dire frasi ambigue che potessero prestarsi a interpretazioni accomodanti. Qualcuno, oggi, potrebbe considerarlo esagerato e intransigente, addirittura intollerante e illiberale. Ma lui ha resistito alle immaginabili blandizie e alle certe minacce. E' rimasto ancorato alla verità, servitore della verità non di se stesso; per questo Giovanni è un uomo libero e forte. L'uomo è forte solo quando si appoggia a ciò che è forte: è forte la verità. Neppure la vita è forte perché - quella terrena - passa, mentre la verità resta. E appoggiarsi a ciò che resta è forza che dà la capacità di resistere al male e alla menzogna.
Oggi si parla spesso di fragilità: cos'è mai? E' l'incapacità di stare dentro a situazioni difficili, a conflitti che fanno parte della vita e della società: domina il sentimento dello star bene emotivo e psicologico, che non dipende dalla verità del bene ma dalle sensazioni. E allora, non essendo ancorati alla roccia della verità spirituale e morale, si cercano compromessi di ogni tipo: economico, affettivo, etico. Anziché rientrare in se stessi e capire il proprio mondo interiore e i fondamenti della propria esistenza, si cerca di eliminare le cause esterne del disagio, nell'illusione di ritrovare il benessere perduto. E questo, a volte, fino alla violenza. San Giovanni, invece, resiste, perché aveva maturato in sé la forza dello spirito nella frequentazione della verità.
Nell'educazione dei giovani, ma ciò vale per tutti, dobbiamo essere più attenti a far maturare la capacità di resistere alle difficoltà che fanno parte del tessuto della storia. Ciò vale per la vicenda umana universale, e vale altresì per essere testimoni di Gesù. Il pensiero unico, di cui parla il Santo Padre, prima ha sparso il dubbio sulle verità universali come la famiglia, la libertà, la vita, l'amore, e poi ha frontalmente negato le evidenze affermando che non esistono principi perenni, in quanto ogni individuo è legge a se stesso, e compito della società è prenderne atto. E' il nichilismo! Forse anche ai tempi del Battista certi costumi erano diffusi, ma Lui non ne ha preso atto passivamente: ha resistito al pensiero generale - al così fan tutti - ed ha affermato la verità.
E in questo suo resistere a Erode Giovanni ha amato Erode e lo ha servito nel modo più radicale e concreto: ha dato la vita. La verità, che Giovanni ha amato fino all'estremo sacrificio, non è astratta, ma è concreta come la carne e il sangue di Cristo. E' il rapporto con Gesù - via, verità e vita - che scalda il cuore dei credenti e li rende forti, capaci di resistere al male e alla menzogna.
E' la verità di Gesù che si riflette nelle complesse e molteplici situazioni dell'uomo, della società e del mondo: ogni principio e ogni valore, infatti, non appartengono ad un freddo universo stellato, ma alla persona adorabile e amica di Cristo. Per questo ogni credente è chiamato a diventare come il Battista, appassionato e resistente messaggero della verità di Dio e dell'uomo. E' questa è la forma alta dell'amore.
Angelo Card. Bagnasco
2026, per i 60 anni di sacerdozio del Card. Angelo Bagnasco
Eccellenza carissima,  le sue parole sono state tanto fraterne e benevole da commuovermi profondamente. Ha  ripercorso in modo puntuale la mia piccola vita, cogliendone soprattutto il filo conduttore: ciò  che costituisce l’anima della vita di ogni credente, cioè la presenza del Signore che sceglie  misteriosamente ciascuno di noi per una particolare vocazione e che accompagna sempre il  nostro cammino.
Di fronte a qualunque responsabilità, grande o piccola che sia, il Signore non ci lascia mai soli.  Nessuno, cari amici, è solo nel cammino della vita. Qualunque sia la vocazione che Dio ci ha  donato o ci donerà, non dobbiamo temere. Le difficoltà, le prove e anche le delusioni fanno parte  di quel tessuto meraviglioso che è il dono di Dio e che è la vita stessa.
Il Santo Padre ricorda nella sua Enciclica che ciascuno trova la propria dignità nell’essere amato  da Dio, nell’essere un dono di Dio per se stesso, per il mondo e per il creato. Quanto è grande la  follia dell’amore di Dio! Egli ci crea, non rinuncia al suo disegno d’amore nonostante i nostri  peccati, ci insegue con una divina ostinazione fino a donarci il suo Figlio, che assume la nostra  condizione umana, affronta la nostra vita fino alla morte e, proprio dentro la morte, fa germogliare  la risurrezione per il mondo intero.
Cari fratelli nell’Episcopato, grazie per la vostra presenza e per la vostra fraternità. Grazie per i  tanti modi con cui, nel tempo, camminiamo insieme sulla via della Chiesa e sulla via di Cristo  Signore.
A voi, cari sacerdoti, confratelli nel sacerdozio e nel diaconato, rivolgo il mio saluto e la mia gioia  nel vedervi e ritrovarvi qui, presso la sorgente della Chiesa e del nostro sacerdozio: l’altare,  l’Eucaristia, che il Concilio ha definito fonte e culmine della vita cristiana.
Non c’è luogo più bello, più confortante, più rigenerante dell’Eucaristia. Lì Egli è realmente  presente nel suo Corpo e nel suo Sangue, pegno di vita eterna, sacrificio perenne e dono per noi.
Grazie perché ci siete. Grazie perché ogni giorno, con umiltà e generosità, rendete presente  Cristo al popolo di Dio là dove la Chiesa vi ha chiamati a servire. Non dimentichiamolo mai: il  dono del sacerdozio è straordinario.
Essere nella volontà di Dio è la nostra gioia ed è la nostra forza. Sapere di essere sotto quella  benedizione originaria che risuona fin dalle prime pagine della Scrittura — «Dio vide che era cosa  molto buona» — significa sapere che nessuno ha il diritto di perdere la fiducia in se stesso.  Nessuno, soprattutto i giovani, ha il diritto di pensare di non valere nulla. Non perché sia bravo,  intelligente o capace, ma semplicemente perché è amato da Dio.
Se Dio mi ama, io non ho il diritto di non volermi bene nella verità di Lui.
In questo momento non posso non esprimere la mia gratitudine ai miei genitori, alla mia famiglia,  ai miei Arcivescovi, ai formatori del seminario, ai padri spirituali e ai docenti che hanno contribuito  alla mia crescita umana e sacerdotale. Quanta grazia abbiamo ricevuto! Tutto è grazia. E la vita di  noi sacerdoti, in modo particolare, è piena di grazia anche quando talvolta non riusciamo a  scorgerla.
La mia gratitudine si estende anche ai Papi che hanno accompagnato il mio cammino. Sono  profondamente riconoscente per la loro parola, la loro fiducia e la loro vicinanza. È stata una  grazia grande poter servire da vicino grandi Pontefici e santi Pontefici.
Il Santo Padre ha recentemente ricordato che il sacerdozio non ha bisogno di essere ridefinito,  ma di essere vissuto con rinnovata intensità nella sua natura più autentica. Il sacerdote è alter  Christus, un altro Cristo. È un’espressione fortissima, come quella del Concilio che afferma che il  sacerdote agisce in persona Christi.
Quando pronuncia le parole «Questo è il mio Corpo» oppure «Io ti assolvo», non parla a nome  proprio: è Cristo che parla attraverso di lui. Non si tratta di un ricordo o di una speranza, ma di  una realtà sacramentale.
Questo non è motivo di superbia, ma di profonda umiltà. Quanto più grande è il dono ricevuto,  tanto più grande deve essere la consapevolezza della propria inadeguatezza e, nello stesso  tempo, della misericordia di Dio che continua a chiamarci.
Visitando molte comunità, mi accorgo che il Signore continua a chiamare. Non sono pochi i  giovani che si interrogano, che pregano, che guardano alla liturgia come al centro della propria  vita spirituale. Questo ci incoraggia e ci conferma nelle parole di Gesù: «Non temete. Io sono con  voi tutti i giorni fino alla fine del mondo».
Siamo davanti a una nuova primavera. Forse i numeri non sempre sembrano incoraggianti, ma la  Chiesa è una realtà visibile e invisibile, umana e divina. Nessuno strumento umano può misurare  pienamente la vitalità del Corpo Mistico di Cristo.
Il sacerdote deve parlare agli uomini di Dio. Questa è la nostra missione. Le forme possono  cambiare, ma la sostanza resta la stessa: annunciare Dio a un uomo spesso smarrito, confuso,  assetato di senso e di verità.
Dobbiamo parlare della vita eterna, della nostra origine e del nostro destino. Senza l’orizzonte  della meta, ogni obiettivo umano resta fragile e incompleto.
Ma per parlare di Dio dobbiamo anzitutto parlare con Dio. Qui si apre il grande tema della vita  spirituale, della preghiera quotidiana, personale e comunitaria. Solo chi sta con Lui può parlare  autenticamente di Lui.
C’è oggi una crescente stanchezza verso una cultura dell’apparenza, del vuoto e dell’effimero.  Proprio per questo il Vangelo continua ad avere una forza straordinaria. È qui che vediamo i segni  di una nuova primavera.
San Giovanni Battista, che abbiamo il privilegio di venerare come patrono, continua ad avere  molto da dire al nostro tempo. Egli ha vissuto fino in fondo le parole di Gesù: «Siete nel mondo,  ma non del mondo». Avrebbe potuto tacere, ma ha scelto di testimoniare la verità e per questo  ha dato la vita.
Anche oggi siamo chiamati a non cedere alla tentazione del silenzio quando è necessario  testimoniare la verità. Relazioni costruite sul non detto e sulla paura non sono relazioni solide.  Solo la verità rende liberi.
Cari fratelli e sorelle, vedendo qui riunita la nostra amata Genova e la nostra Chiesa diocesana,  sento il bisogno di dire una parola di fiducia. Dobbiamo alzare il capo e guardare avanti. Il Signore  è fedele.
Con umiltà e perseveranza siamo chiamati ad annunciare il Vangelo, a parlare di Dio, a indicare  la via del cielo. Anche quando incontriamo indifferenza o rifiuto, dietro ogni chiusura può  nascondersi un desiderio profondo di verità e di speranza.
Pregate per noi sacerdoti, affinché possiamo essere sempre più vicini al popolo di Dio, parlare di  Cristo con fedeltà e indicare, con la nostra vita prima ancora che con le parole, la via del Cielo.
(trascrizione non rivista dall’autore)

Angelo Card. Bagnasco
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