San Francesco - Assisi 2017 - Omelia di S.E. card. Angelo Bagnasco
Bagnasco
Confratelli nell’Episcopato, nel Sacerdozio e
nel Diaconato
Distinte Autorità
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore
1. La lampada di san Francesco
Oggi la Liguria è qui per il tradizionale dono
dell’olio per la lampada di San Francesco, Patrono d’Italia. Insieme –Pastori, Autorità civili
e militari, popolo ‐ poniamo un gesto semplice
e denso: l’olio è frutto della nostra terra e del
lavoro, quindi della vita con i suoi valori e speranze, preoccupazioni e fatiche. Alimenta la
lampada che arde davanti alla tomba del sera‐
fico Padre come continua invocazione sulla no‐
stra Liguria e sul nostro amato Paese. Esprime
la convinzione che il mondo visibile è abbracciato da quello invisibile, non meno reale e concreto, popolato non da ombre oscure e ignote,
ma dalla paternità di Dio, dall'amore della Trinità, abitata dalla Vergine Maria, dagli angeli e
dai Santi, dalle anime dei defunti, compagni del
nostro pellegrinaggio verso il cielo. La mentalità
diffusa spinge a farci credere che la vita umana
è solo il presente terreno, che solo il sensibile e
l’immediato importano. Da questo modo di
pensare scaturisce una vita piatta e grigia, che
cerca di spremere da tutto – anche dalle persone – il massimo di tornaconto, e che confonde
tragicamente la soddisfazione con la gioia. E’ il
primato del piacere, non della verità e del bene:
al suo altare tutto viene sacrificato. Per questo
il mondo occidentale – seppure opulento ‐ sta
male: sta perdendo il contatto con la realtà e la
rinchiude nel ristretto perimetro del misura‐
bile; ma così perde il respiro. Ciò che è invisibile
è più concreto e importante di tutto ciò che si
vede. Ciò nonostante, se andiamo oltre la
schiuma delle cronaca, che rappresenta una realtà ormai in decomposizione al fine di uccidere
la speranza, scopriamo che la vita brulica, che
il bene è grande e silenzioso: tocchiamo con
mano l’eroismo quotidiano, la bontà dei semplici, la dedizione ai figli e ai malati, l’unione
delle famiglie, la gioia del perdono, il desiderio
tenace di fedeltà agli insegnamenti dei padri. Il
popolo degli umili non fa notizia, ma scrive la
storia, quella segreta. Per questo non può venir
meno la fiducia!
2. Il mondo invisibile
San Francesco ci indica un “altro” mondo: un
mondo che non nega quello visibile, ma che dà
significato, valore e bellezza ad ogni circo‐
stanza, anche al dolore. Nell'esistenza terrena
di Francesco non sono mancate le croci, le incomprensioni dentro e fuori, le fatiche e le delusioni; ma tutto ciò era vissuto nell'orizzonte
dell’invisibile, dove ogni vicenda terrena prende
prospettiva; nulla va perduto, niente è inutile,
dove la luce è piena.
Cari Amici, il messaggio di Francesco è quello
del Vangelo sine glossa: è quello di un mondo
capovolto: capovolto non perché neghi la terra,
ma perché la eleva fino al cielo assicurando
quella pienezza e quel per sempre della vita,
dell’amore, della gioia che sono desiderio e nostalgia del cuore umano. I tempi cambiano, le
epoche si susseguono, ma nel profondo l’uomo
resta uguale: egli è il migliore alleato del Van‐
gelo! La miopia spirituale può colpire anche noi
cristiani: è necessaria l’adorazione. Adorare, in‐
fatti, marca la differenza tra Dio e l’uomo, riconosce che solo Dio è Dio non noi: e così tornano
al loro posto le cose, i sentimenti, i giudizi, le
scelte. Adorare non è un fare, ma un non fare
per lasciarci fare da Cristo: questa è dimensione
mistica del Vangelo. Scoprire che Dio è amore
e lasciarci amare, ci rende capaci di amare Dio
e il prossimo fino all'eroismo, e di servire fino
alla morte. Ecco la sorgente del dono di sé, della
gratuità vera che serve senza servirsi, senza af‐
fermare se stessi, senza autocelebrazioni. Per
amare con il cuore di Gesù è necessario dunque
lasciarci amare da Lui, ma questo è difficile poi‐
ché chiede di arrenderci senza condizioni. Francesco si è arreso, per questo ha potuto baciare
il lebbroso e spogliarsi di tutto.
4. L’Italia
Chiediamo con fede al Poverello d’Assisi che
l’Italia non abbia mai timore di essere e di dirsi
cristiana, di riconoscere nel Vangelo il DNA
della sua anima. Che non si vergogni di ciò di
cui, invece, deve essere fiera sapendo che questo non significa intolleranza, come si cerca di
far credere, ma che – al contrario – è la sua verità più profonda; che ne è attraversata come
da un fiume carsico; che è condizione di accoglienza e dialogo con tutti. Per dialogare, infatti,
c’è bisogno di avere qualcosa di vero e di bello
da dire: in Gesù, Dio è trascendente e vicino, è
vicino ma non banale, è una vicinanza che si fa
addirittura compagnia, che ci entra dentro in
modo unico poiché “in Lui viviamo, ci muoviamo, esistiamo”. Quando Francesco parla di
Gesù, ad ogni parola la voce aumenta, è come
una vela al largo gonfiata dal vento; l’orizzonte
si allarga a dismisura, abbraccia il quotidiano,
vince ogni solitudine, paura, disperazione.
La nostra storia, ispirata dal Vangelo, non è
una prigione, ma al contrario ci garantisce da
tortuosità miopi e presuntuose, da avventure
che – con apparenza di modernità – vanno con‐
tro la dignità umana. In Europa circola l’idea
che escludere i simboli religiosi dallo spazio
pubblico è un atto di rispetto e di egualitarismo
pluralistico; in realtà, è nascondere la propria
storia e le proprie origini ispiratrici che non discriminano nessuno, ma rispettano ogni altra
tradizione che si colloca liberamente in una sto‐
ria data, incancellabile, aperta a contributi
nuovi e veri senza rinnegare o mimetizzare se
stessa. La Chiesa in Italia esprime da sempre
una singolare storia di prossimità al popolo: è
la sua missione:portare il Signore, offrire la vita
della grazia, dare voce alla vita della gente.
Oggi, in modo particolarissimo, condivide la
grave preoccupazione del lavoro: la mancanza
dell’occupazione deprime l’uomo, impedisce un
progetto di famiglia, indebolisce il tessuto sociale, rende precaria la convivenza. Le 25.000
Parrocchie sparse sul territorio rappresentano,
con i loro sacerdoti, un presidio non solo religioso e culturale, che dovremmo maggior‐
mente riconoscere e valorizzare.
5. L’ora del risveglio
Se è vero che l’uomo occidentale appare con‐
fuso e smarrito sulla propria identità e sul suo
stesso destino, è anche vero che, dentro a questo groviglio, la gente comincia a interrogarsi
sul futuro suo e del mondo. In mezzo a tanta
confusione dove tutto si vuole ridefinire ‐ per‐
fino la persona, la vita e la morte, l’amore e la
famiglia ‐ avanza però un’opportunità che, pian
piano, sale dalla coscienza distratta, si fa voce,
diventa attesa e invocazione: è l’alba del “risveglio”, risveglio della coscienza. “Che cosa succede? Dove sta andando il mondo?”: sono le
domande che sempre più si affacciano all'anima. Lo scompiglio e l’angoscia diffusi potrebbero portare ad una distrazione più intensa,
come se fosse una via di fuga di fronte alla fatica di pensare; ma possono anche condurre a
ridestarsi dal torpore spirituale e dal sonno
della ragione. Il risveglio è a volte timido come
la rugiada che penetra la terra, a volte improvviso e tumultuoso come un fulmine. Ma – ricordiamolo ‐ il processo è iniziato, e nessuno
potrà fermarlo, poiché l’uomo non può vivere
a lungo lontano dalla verità.
Cari Amici, davanti alla figura intramontabile
di San Francesco, possiamo dire che il Vangelo
ci manda disarmati in un mondo armato, araldi
dell’amore in un mondo ferito dall'odio, profeti
dello spirito in un mercato della materia, sentinelle attente che scrutano l’orizzonte, eredi di
una tradizione viva e annunciatori di futuro in
un mondo senza ieri e senza domani, teso alla
conquista del successo presente. Doni a tutti
noi, al nostro Paese la grazia della sapienza,
della libertà dalla cultura dominante che vuole
farci pensare tutti in un certo modo per evi‐
denti interessi economici e di potere. Ci doni
soprattutto una fede chiara e limpida, la co‐
scienza che solo i beni spirituali sono fonda‐
mento alla vita dei singoli, di un popolo, di una
Nazione. La fede è la luce che Dio ci ha dato non
per nasconderla, ma perché illumini tutta la
casa. La responsabilità di portare il Vangelo a
tutti è grande, ma è sorgente di una grande
gioia.
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova