S_Caterina_da_Genova - 2017 - Omelia di S.E. card. Angelo Bagnasco - Brani collegati alle Letture Liturgiche

Brani con riferimenti alle Letture Liturgiche festive
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S_Caterina_da_Genova - 2017 - Omelia di S.E. card. Angelo Bagnasco

Bagnasco
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore
Saluto con stima e affetto il P. Provinciale dei Cappuccini, e tutta la Comunità, grato per conservare con amore le spoglie di Santa Caterina da Genova e per il servizio pastorale che svolgono da sempre nella nostra Diocesi e in Liguria, esprimendo il particolare legame tra la nostra Città e l’Ordine Cappuccino. Abbiamo oggi la grazia di celebrare l’anniversario del transito al cielo di una grande figlia di Genova. Il 15 settembre del 1510 Caterina lascia il corpo mortale e si congiunge a Dio che l’aveva rincorsa, beneficamente perseguitata e consumata. Fin da giovanissima, Caterina sentì il richiamo della preghiera e desiderò consacrarsi totalmente al Signore. Non le fu possibile data l’opposizione della famiglia e le consuetudini del tempo. Si piegò allora alle circostanze, riconoscendo la mano della Provvidenza che la conduceva per sentieri impervi, ma che l’avrebbero condotta alla meta desiderata, la vetta del puro amore. Il percorso fu quello di un matrimonio infelice e ostile, che però avrebbe trasformato lentamente anche il cuore del marito a lei imposto, Giuliano Adorno. Caterina Fieschi – dopo un momento di iniziale distrazione – rientrò in se stessa e si lasciò trasportare dal Signore con crescente abbandono, ispirata e sostenuta dall'esempio di san Francesco d’Assisi, della cui famiglia entrò presto a far parte. Papa Clemente XII la canonizzò nel 1737, e le sue opere rappresentano un punto di riferimento della fede cattolica. Ancora oggi guardiamo a lei e ci chiediamo: ha ancora qualcosa da dirci Santa Caterina? La sua vita di preghiera, le veglie e i digiuni, la carità estrema, la disciplina ascetica, che cosa possono insegnare a un mondo secolarizzato, alla ricerca del consumo e del piacere, come se la vita si riducesse al presente e come se oltre il visibile non esistesse nulla?
1. Il senso della trascendenza
Caterina innanzitutto viveva il senso della trascendenza: Dio è vicinissimo, ma resta sempre oltre l’uomo. Oggi si fa molta confusione: da una parte la prossimità del divino diventa talmente ovvia e scontata da non sorprendere più, da non commuovere, fino a diventare banale. Dall'altra, l’alterità di Dio rischia di essere intesa come lontananza sconfinata e irraggiungibile; estranea alla nostra esistenza. Il risultato è identico! L’uomo diventa indifferente al Signore: se Dio c’è non importa! Caterina vive questa polarità come la cifra dell’umana condizione, cifra che segna ogni situazione: la morte e la vita, l’amicizia e l’amore. Ma con una sostanziale differenza: mentre, infatti, in ogni rapporto umano, pur intenso, l’uomo resta solo in nome della sua insuperabile individualità, la vicinanza di Dio si fa compagnia interiore, raggiunge la zona segreta e umanamente invalicabile dell’anima. Il secolarismo di oggi, invece, pretende di annullare questa polarità rendendo l’uomo indifferente e auto centrato.
2. La croce di Cristo
Inoltre Caterina vive il cuore del Vangelo: la croce. La sensibilità odierna tende a fare del Calvario qualcosa di secondario, di marginale: guarda volentieri la risurrezione ma non la croce. La nostra Santa aveva una percezione chiara della salvezza: sapeva che il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvarci dal peccato: il resto è conseguenza. Ella sentiva il bisogno di essere salvata, e contemplava la croce fino a immedesimarsi con il Crocifisso, sapendo che sul Calvario i peccati degli uomini sono stati consumati dal fuoco dell’amore, che il Figlio di Dio aveva offerto la vita perché il mondo avesse la vita della grazia. Tutto era accaduto su quel legno secco, che – bagnato dal sangue di Dio – era fiorito. La risurrezione è il sì del Padre all'oblazione del Figlio, è l’accoglienza del sacrificio di Gesù nel seno della Trinità. Non esiste un cristianesimo di baldoria: la via cristiana è quella di Gesù, conduce al Calvario per giungere alla vita risorta. Il Vangelo è gioia non perché esonera dall'impegno della fede, ma perché è l’Emmanuele, Dio con noi. Non è un volontarismo disperante, ma è forza dello Spirito che ci trasforma se ci lasciamo andare a Lui. L'unione di Caterina con il Crocifisso era come vivere davanti al roveto ardente: la sua anima ne usciva piena di luce e di fuoco e diventava amore ai bisognosi, opere di carità. La sua vita – e in seguito anche quella del marito - fu legata all'ospedale di Pammatone, alla cura dei malati. Una carità staccata dalla sorgente dell'amore, si stanca e si esaurisce, facilmente diventa affermazione di sé. Cari amici, respiriamo tutti la lusinga di essere assimilati al modo di pensare del mondo, ma l’unico modo di essere nel mondo – come ci ricorda il Maestro – è non essere del mondo. Solo se abbiamo qualcosa di diverso e di bello di dire al mondo, possiamo servirlo e quindi starci in mezzo veramente.
3. Il Purgatorio
Infine, non possiamo dimenticare gli scritti di Caterina: il Dialogo spirituale e il Trattato sul Purgatorio. Il primo è riferimento per l’ascetica, il secondo per la dottrina dei Novissimi. Anche in questo ambito – il Purgatorio – le parole della Santa sono illuminanti. Oggi si parla poco del Purgatorio: sembra un modo di dire antiquato e, in fondo, allegorico.
Questo modo di pensare si lega a una certa allergia a parlare dell’anima immortale, principio spirituale della creatura umana. Spesso si pensa che, se esiste un al di là, dev'essere positivo per tutti. Ma in questo modo si nega la responsabilità individuale. Ogni diversificazione eterna, così come Gesù dice nel Vangelo, tendenzialmente viene taciuta. Per Caterina è diverso: ella è non solo fedele alla Rivelazione, ma anche alla dignità umana, per cui la libertà è una cosa seria.
Cari Fratelli e Sorelle, chiediamo a questa illustre figlia di Genova che risvegli in tutti l’ardore della fede, l’amore a Dio e ai fratelli, l’inquietudine della evangelizzazione, Ci sono cose che, se trattenute, si corrompono, altre che – se condivise – si moltiplicano. La fede, che abbiamo ricevuto in dono, è una di queste.
Angelo Card. Bagnasco Arcivescovo Metropolita di Genova
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