Omelie di Natale (2013) di SE card. Angelo Bagnasco - Brani collegati alle Letture Liturgiche

Brani con riferimenti alle Letture Liturgiche festive
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Omelie di Natale (2013) di SE card. Angelo Bagnasco

Bagnasco
Cari Fratelli e Sorelle
1. "Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce": quel popolo è l'umanità che cerca la via della serenità e della pace. Quel popolo siamo tutti noi che, in questa notte di prodigio, abbiamo lasciato le nostre case e siamo venuti qui spinti dalla fede, o attratti da un fascino di mistero antico e mai spento. La nostra vita, infatti, senza la luce di Betlemme è un camminare nel buio, un seguire ombre senza volto, illusioni senza consistenza. E quanto più gli anni scorrono veloci, tanto più attorno a noi cade la maschera delle cose che ci mangiano il tempo e ci rubano l'anima, come vivessimo un presente senza futuro. Rincorriamo con affanno le situazioni, ci preoccupiamo per molte cose anche necessarie, ma facilmente trascuriamo le più importanti. Desideriamo la gioia e non di rado siamo insidiati da una malinconia inspiegabile perché cerchiamo la felicità nei beni di questo mondo. Abbiamo bisogno di luce che ci rischiari la strada, di luce che ci sveli il senso del tempo, il mistero della nostra origine: perché sono sulla terra? Perché proprio io? Che ci sveli il significato degli anni e dei sacrifici: dove sto andando? Che cosa resterà di me, delle mie fatiche? Gusterà, il mio cuore, la gioia vera che non perisce? Oppure l'uomo è condannato a cercare e non trovare, a illudersi, a rincorrere fantasmi di promesse non mantenute? E perché facciamo il male? Vogliamo tutti il bene ma non di rado siamo chiusi in noi stessi, non riusciamo ad aprirci al bene, agli altri. Perché amiamo tanto di essere amati eppure resistiamo all'amore?
Cari amici, non sono forse queste le domande che rincorrono le nostre anime come ombre che ci seguono senza sosta?
"Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce": ritornano le parole del Profeta. La luce ci ha raggiunto e noi possiamo vederla. La luce ci è donata nelle notti della nostra esistenza. Dio sta sulla terra e la terra è già cielo; Dio è apparso nella carne di un Bimbo e la terra è diventata aurora. Dio è con noi, è venuto per portare la nostra vita insieme a noi perché ogni solitudine sia abitata dal suo amore. E' questo il Natale: Dio nasce a Betlemme. Questo Bambino ha acceso negli uomini la luce della bontà e ha dato la forza di resistere all'inganno delle apparenze, delle frivolezze, alla tirannia della vanità e del potere.
2. Il nostro tempo si è lasciato sedurre dalla vanità, dalla cupidigia del denaro facile e del potere: potere e denaro vanno spesso insieme, e danno la sensazione di esistere, di essere importanti e forti, di contare nel mondo, di essere vivi! La crisi, che si prolunga e grava sempre più sulle spalle dei poveri e dei deboli, ha qui la sua vera radice. Le regole del mercato e della finanza si possono cambiare se si rivelano inadeguate; ma è il cuore dell'uomo, la sua coscienza, che formula le regole e le applica. E se il cuore è avido, non c'è legge che tenga: si andrà alla rovina. Per questo non dobbiamo aggiungere illusione a illusione, ma soprattutto menzogna a menzogna.
Populismi e demagogie sono dannosi: parlare con luoghi comuni ad effetto è disonesto: si inganna il popolo, specie la povera gente che soffre l'indigenza, lo smarrimento, la paura del domani. Dobbiamo arrenderci alla luce di Betlemme, accoglierla grati nei nostri cuori, lasciare che illumini i meandri dell'anima nostra, delle strutture e del Paese.
Sì, anche le strutture e il Paese hanno un'anima: essa è fatta da quel tessuto, non materiale ma ben più decisivo di ogni macchinario, che è una coscienza formata e onesta, perché guidata dalla verità di Dio: Egli ci parla in Gesù, nel suo Vangelo, nei Santi, nella Chiesa. Tocca a noi farci pastori, e seguire con umiltà quella luce che brilla nelle tenebre e riscalda la vita. Vogliamo essere anche noi un piccolo riflesso di quella luce? Esserlo per i nostri fratelli che hanno meno di noi e che neppure forse hanno il coraggio di chiedere? Se lo vogliamo veramente, preghiamo Gesù Bambino, fermiamoci davanti al presepe: allora non ci sentiremo spettatori di un incanto che fa vibrare il cuore ma non lascia il segno. Ci sentiremo dentro al presepe, attori vivi e partecipi di quella notte di luce.
Angelo card. Bagnasco Arcivescovo di Genova

Cari fratelli e Sorelle nel Signore Nel cuore della Santa Messa di Natale, vogliamo seguire i pastori del presepe: "appena gli angeli si furono allontanati (...) i pastori dicevano l'un l'altro: andiamo fino a Betlemme". Essi accolgono la voce degli angeli con umiltà e fiducia. In queste due virtù sta un grande segreto, un segreto che oggi noi - uomini del nostro tempo - dobbiamo riscoprire: sì, l'umiltà e la fiducia.
1. Dove ci ha portati, infatti, la presunzione? A stare meglio? A volerci più bene? Ad essere più umani? A costruire una società più giusta? Non sembra: la presunzione ci allontana dalla realtà e ci fa vivere in un mondo irreale dove noi siamo più intelligenti e capaci, dove gli altri sono guardati con sufficienza. E così diventiamo arroganti, vogliamo che il mondo giri attorno a noi, che i nostri desideri diventino legge: pretendiamo il guadagno massimo in tempo minimo, vogliamo il plauso. In questo modo si interrompe il dialogo perché si indebolisce la capacità delle relazioni, non si apprezza più il necessario impegno del dialogo, che non ha lo scopo di vincere ma di convincere, e costruire insieme il bene di tutti.
2. E poi i pastori hanno fiducia degli angeli. La cultura, invece, che risuona dalle diverse cattedre è il sospetto reciproco verso persone e istituzioni, come se tutto fosse inquinato in partenza e nessuno fosse ormai degno di credito. Come se tutti volessero sempre e comunque approfittarsi di noi, usarci e sfruttarci a loro vantaggio. Se i pastori avessero avuto questo atteggiamento verso i celesti messaggeri, avrebbero perso la gioia del Natale. Dove conduce la mancanza di fiducia? Conduce ad una convivenza malata, fatta di una diffidenza che porta a rinchiuderci ciascuno in noi stessi, dentro ad una cerchia ristretta di fedelissimi, come in un fortino che, in realtà, non può difendere nessuno perché o ci si salva insieme o tutti si affonda. Forse è anche qui una ragione della crisi che attanaglia ancora persone e famiglie, giovani in cerca di lavoro, disoccupati, anziani che tirano i giorni in compagnia della loro solitudine. I pastori ci insegnano che la via della gioia è un'altra: l'umiltà e la fiducia. Esse non tolgono nulla alla nostra dignità, non mortificano la nostra libertà, non ci rubano la vita. Non dobbiamo avere paura di questo! Dobbiamo temere gli atteggiamenti opposti. E reagire sia dentro di noi, sia verso una cultura falsa che avvelena il cuore perché vuole sfaldare la società; sfaldarla per sfruttarla meglio.
3. Con i pastori arriviamo alla grotta del presepe, e scopriamo la luce. Con loro vediamo un Bimbo, e ci accorgiamo che quel Bambino, bisognoso di tutto, illumina i nostri dubbi; ci accorgiamo che Lui, avvolto in poveri panni al freddo e al gelo della notte, in realtà riscalda i nostri cuori; ci accorgiamo che la sua povertà ci arricchisce e che la sua debolezza ci dà forza. Ecco l'esperienza dei pastori, l'esperienza che possiamo fare anche noi in modo sempre nuovo.  L'esperienza della gente semplice e umile che - grande popolo il nostro! - fa ogni giorno vivendo il senso della famiglia, l'attaccamento ai propri doveri, la voglia di un giusto lavoro, l'eroismo giornaliero nella cura dei propri malati e dei vecchi, dei bambini propri o altri.
Cari Amici, ricordiamolo: ci vogliono far credere che la gente è ormai sbandata moralmente e spiritualmente - è "moderna" come si dice -, che il Paese è marcio spargendo su tutto e su tutti fango senza che nessuno paghi mai per il male fatto alle persone, alle istituzioni e al Paese. Ma così non è. Se anche ogni giorno si sparge fango - il male esiste e nessuno lo nega - il bene c'è ed è enormemente più grande: è come la foresta che cresce ogni giorno nel silenzio anche se alcuni cedri cadono rumorosi. Seguiamo i pastori, guardiamoli con simpatia. In loro possiamo scoprire noi stessi: anche se dovremo cambiare qualcosa di noi, guardando la loro semplicità e fiducia, scopriremo che è possibile. Anzi, con la grazia di quel Bambino, è anche facile e bello. E' questo l'augurio che ci facciamo.
Angelo Card. Bagnasco Arcivescovo di Genova
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