Domenica in Albis - 2020 - Omelia di SE card. Angelo Bagnasco
Bagnasco
«Sperare in Cristo è il modo migliore
per incominciare una normalità nuova»
Cari fratelli e Sorelle,
oggi si conclude l’Ottava di
Pasqua, mistero talmente
grande che la Liturgia lo prolunga per otto giorni. In questa domenica i neofiti deponevano la veste bianca del
battesimo ricevuto nella veglia pasquale, e San Giovanni Paolo II la volle
consacrare alla divina misericordia. Come abbiamo
ascoltato nel Vangelo, il Risorto l’ha manifestata con il
sacramento del perdono, la
confessione: “Ricevete lo
Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati saranno perdonati”.
La Santa Messa è oggi celebrata nella cappella del nostro Seminario. Sono
contento di salutare i seminaristi che sono connessi: a
voi, cari giovani, rinnovo il
mio affetto e l’incoraggiamento a vivere questo tempo
forzato come palestra di
quella carità pastorale che è
il sigillo specifico del sacerdote, e che trova nella preghiera per il popolo,
specialmente nell’Eucaristia
celebrata e adorata, la sua
prima e più alta forma.
Il Vangelo presenta il perdono dei peccati come il
dono della Pasqua, e quindi
lo scopo dell’ incarnazione e
della redenzione. Il perdono,
però, non è che la premessa
e la condizione per aprirci a
Dio: il Verbo eterno è sceso
fino a noi per elevarci fino a
Lui, ha preso i nostri peccati
– Lui innocente – e ci ha
dato la sua vita. È stato uno
scambio unico, un’assoluta
iniziativa divina che l’uomo,
nella sua libertà, è chiamato
ad accettare o a negare.
Il tema del peccato, la parola stessa, oggi si ascolta
poco, sembra desueta, non
conveniente, vecchia e
ostica; sembra non inclusiva
ma giudicante. È una grande
bugia. Se così fosse, ogni
scelta sarebbe equivalente al
suo opposto. Cos’è dunque
il peccato? Il peccato ha
molte forme e diversi livelli
di gravità: li conosciamo, e
sappiamo anche che una coscienza trascurata giunge a
non riconoscere quasi più il
bene e il male, pensando di
esserne lei il criterio e il giudice sommo.
Il peccato, di solito, si presenta come un fare qualcosa
di attivo, un’affermazione di
sé; in realtà alla base vi è
sempre una negazione, un
no, un rifiuto all’amore, un
chiudere gli occhi alla verità,
la paura di fidarci di Dio, di
consegnarci a Lui. Egli è di
ogni piccolo bene, e del male
come il suo opposto. Possiamo anche dire che ogni
peccato si presenta nella
veste di un “bene” che ci attrae, ma che presto getta la
maschera e si rivela come
vuoto e meschino, qualcosa
che umilia la nostra umanità.
Bene assoluto, e quindi è il
criterio.
La vita cristiana non è fare
qualcosa per Dio, ma è lasciarci fare da Lui, affidarci
a Lui, lasciare che Lui compia la sua opera in noi. È lo
Spirito del Risorto che ci trasforma interiormente, ci
dona la bellezza di Cristo e
ci immette nella sala del
convito, che è il grembo di
Dio, della sua vita. Il peccato
è, dunque, rifiutarci alla
gioia vera per soddisfazioni
senza futuro. Ma, sul sentiero del tempo, Gesù pone il
suo perdono: con la riconciliazione e la penitenza ci
dice che Lui c’è, ed è sempre
pronto a ricominciare con
noi, a risollevarci, a guarire
le ferite dell’anima, a rimetterci in cammino verso
l’eterno. Può essere più
grande la divina misericordia? Noi possiamo dire dei
“no” a Dio, ma Lui dirà
sempre “sì” a noi. Non possiamo temere, ma solo adorare.
Angelo Card. Bagnasco